Lo so, non aggiorno da più di tre mesi. Però c’è un nuovo post in arrivo.
Nel frattempo leggetevi questo: http://toddsieling.com/slowblog/?page_id=10. Io lo sottoscrivo in toto.
Lo so, non aggiorno da più di tre mesi. Però c’è un nuovo post in arrivo.
Nel frattempo leggetevi questo: http://toddsieling.com/slowblog/?page_id=10. Io lo sottoscrivo in toto.
Perché faccio il traduttore?
Dovrei avere smesso già da anni per fare tutt’altro, visto quello che la professione mi ha dato: pochi soldi e di conseguenza debiti costanti; la distruzione di un rapporto perfetto, andato a rotoli dopo sei anni a causa del mio troppo lavoro; artrite galoppante; e tanti, tanti momenti di depressione e di angoscia.
Eppure…
A me non interessa minimamente – e d’altronde ne faccio oggetto di sarcasmo già nel sottotitolo del blog – essere la “voce dell’autore”. Oggigiorno, salvo eccezioni purtroppo rare, chi scrive in inglese è un trombone pago dei successi passati, oppure un serial writer che butta giù un paio di volumi di fuffa all’anno per allietare i vacanzieri, oppure ancora un elemento sociostatistico: nel primo caso nessun supervisore osa correggere, nel secondo conta solo far voltare le pagine in fretta e al diavolo sintassi e stile, nel terzo l’importante è ciò che si racconta (l’esperienza di essere trentenne / donna / minoranza etnica / drogato / gay / ossessivo-compulsivo / dislessico / eterno adolescente/ ex bambino maltrattato / fate voi), non come. Quale che sia il caso si scrive male, malissimo. Io di certo non voglio parlare con la voce di gente simile, ma sciaguratamente proprio quella gente mi tocca, libro dopo libro. Ma libro dopo libro succede anche un’altra cosa: quando escono in italiano, quei romanzi sono migliorati. Spariscono le costruzioni legnose, le ripetizioni sciatte, i nomi stranieri scritti con la grafia sbagliata, gli errori di continuità e tutte quelle altre brutture che sono andate in stampa nell’originale perché autore e revisore erano troppo pigri o troppo ignoranti per rileggere meglio o per verificare.
Insomma, anche se non sono e non sarò mai pagato e famoso quanto lui, anche se solo un recensore su mille forse farà il mio nome, portando le sue opere in italiano io non solo divento l’autore, ma dimostro anche di essere meglio dell’autore.
Quand’è così, perché dovrei smettere?
Nascosto fra le pieghe del CV, sul sito di una collega traduttrice:
![]()
Ne uccide più il refuso…
Unatraduttrice oggi riporta questo brano da Lessico famigliare, intitolando ironicamente il post “O tempora o mores“:

È un passo che tutti noi traduttori non tecnici dovremmo, nostro malgrado, tenere incorniciato sulla parete davanti alla scrivania, perché è il punto di partenza di tutti i nostri mali odierni. L’idea che tradurre un romanzo sia un’opera di puro piacere per cui si potrebbe anche pagare e non un’attività altamente professionale che come tale comporta una retribuzione adeguata nasce da lì e fa nascere a sua volta i tanti, troppi amari aneddoti alla “Suda, traduci e crepa” che potremmo raccontare. Un grazie* sarcastico e sentitissimo, dunque, a questi due fighetti torinesi (d’adozione, va bene, ma non siamo pignoli). Soprattutto a Pavese, le cui mille lire sono i trenta denari con i quali tradì la categoria per i decenni a venire.
* = In realtà andrebbe detto loro ben altro, ma vale per entrambi il parce sepulto.
Per la prima volta da più di due anni sono fermo, senza una commissione decente in vista. Sto racimolando lavoretti stupidi, da poche cartelle, qua e là, ma niente di che. Disguidi, mi hanno detto. Una riunione di redazione in cui il mio nome è inspiegabilmente sgusciato via inosservato, mentre stavo traducendo per loro uno dei romanzi (e uso il termine solo per comodità, perché una porcata come quella non lo merita) più insulsi e mal scritti su cui abbia mai lavorato. Per una specie di perverso effetto domino, ho saltato l’assegnazione anche con un’altra casa editrice, perché non mi aspettavo di essere lasciato a piedi dalla prima. Che poi, gliene devo dare atto, si è scusata profusamente e mi ha promesso un romanzo non appena possibile, ma il fatto rimane che per due mesi rischio di non vedere soldi seri, mentre bollette e altre spese, è ovvio, continuano ad arrivare. Scommetto che di questi piccoli particolari non viene fatta menzione ai ventenni speranzosi che affollano i corsi di laurea in mediazione linguistica, fra una trombonata di teoria della traduzione e un vago rimando a quella “ineffabile patina di prestigio” (vedi post precedente) che nessuno, men che meno loro, avrà mai.
Così, fra una cartella spiccia e l’altra, mi ritrovo in una specie di limbo, a meditare su questa professione ingrata, sul fatto che sono troppo vecchio (e vi ho investito troppo) per iniziarne un’altra e soprattutto sulla consapevolezza che, quando il prossimo romanzo arriverà, tradurrò anche quello con perizia e pignoleria, senza lasciare nulla al caso, ricercando ogni minima allusione fatta dall’autore, nonostante poi alla fine le tariffe siano sempre quelle, fuori dal mondo. Come il limbo, appunto.
Senza commentare più di tanto la mancata concordanza soggetto/verbo, i troppi incisi e le virgole a caso, riporto questo passo di un articolo di Giovanni Nadiani per Intralinea, segnalato da una collega sul gruppo di discussione di Biblit:
Causa dell’inevitabile soggezione del traduttore nei confronti dell’editore – soggezione che lo costringe ad accettare quasi sempre le condizioni di quest’ultimo, e cioè un contratto “capestro” di prestazione d’opera intellettuale o di vendita – sono [sic] da ricercarsi, tra l’altro, nella scarsa considerazione sociale (quindi, economico-giuridica) in cui da sempre è (stato) tenuto in Italia il lavoro intellettuale, e in particolare quello letterario (e, di conseguenza, anche della traduzione letteraria), troppo spesso visto come mera attività da diporto ammantata di un romantico alone oltremondano o di un’ineffabile patina di prestigio da svolgersi nel tempo libero, e comunque mai da intendersi come “mestiere”.
Tutto verissimo, purtroppo. Però allora perché nei corsi universitari e para-universitari sono sempre il “romantico alone oltremondano” e la “ineffabile patina di prestigio” (peraltro assenti da un lavoro fatto di pochi soldi e di tanti pesci in faccia) a essere venduti a ignari e ingenui aspiranti traduttori?
In attesa di un post serio che è già fin troppo in ritardo (per scadenze sovrapposte, chiedo venia), mi limito a segnalarne un altro, dal blog di Isabella Massardo.
Leggetelo e come me piangete, pensando a tutte le volte in cui avete cercato in rete tutto il pomeriggio per andare a cogliere un riferimento oscuro o avete attraversato la città in tram per trovare l’unica, rarissima traduzione accreditata di un autore minore straniero citato dal pennivendolo che state traducendo… e il tutto per undici Euro lordi a cartella.
È appena uscito un romanzo che ho tradotto l’anno scorso. Non era scritto male, anzi: i personaggi erano ben caratterizzati e l’argomento, abbastanza drammatico, era affrontato con una certa cognizione di causa e senza lacrimuccia facile (il che, parlando di scrittori nordamericani, è quasi un miracolo). Però era un romanzo per preadolescenti, diciamo terza media… e allora nell’edizione italiana vai di copertina allegra e di titolo parecchio fuorviante. Ora, io conosco bene gli editor coinvolti e vi assicuro che scemi non sono. Dato quindi per scontato che la scelta non sia venuta da un loro colpo di testa, io me la prendo piuttosto con un mercato che sempre più mi dà l’idea di non voler assolutamente turbare ragazzini e ragazzine con “storie brutte”. O meglio: mostri e sangue vanno benissimo, ancora meglio quando sono collegati a un qualche videogioco, ma minori in difficoltà, malattia mentale e famiglie disastrate no. E non importa se, purtroppo, i pochi ragazzini che ancora leggono hanno probabilmente più in comune con un loro coetaneo dalla madre assente che non con un vampiro o un cacciatore di zombi.
Più controversa ancora potrebbe essere una discussione sull’utilità o meno della teoria della traduzione. Penso che lo studio della teoria dell’arte e non solo la pratica potrebbe essere più dannoso che utile a un pittore, diciamo – la stessa cosa vale per la traduzione? O sono due cose completamente diverse? Se può essere dannoso per il pittore, perché non dovrebbe esserlo per un traduttore?
Non saprei. So solo che quando mi avvicino alla teoria della traduzione, giro le pagine e, se non trovo qualcosa di utile e pratico, inevitabilmente mi addormento.
Simon Turner, dal gruppo Yahoo di Biblit, 3 marzo 2008
Qualche giorno fa, leggendo l’interessante blog della collega Fe, mi sono imbattuto in questo suo vecchio post (una volta sulla pagina, dovrete scendere un po’: è quello in data 25 novembre). Mi ha colpito soprattutto questo passaggio:
Io credo, ed è un’opinione del tutto personale, che chi gioisce in pubblico renda più facile suscitare ammirazione sincera, mentre chi lo fa a mezza voce, quel tanto che basta per far capire quanto è bravo evitando di dirlo a bocca larga, esprime più che altro uno snobismo da semi-intellettuale, fastidioso perché vuole evocare ammirazione e invidia evitando – ipocritamente – di rivelarlo apertamente.
Concordo in pieno.
A margine (e magari leggermete fuori tema, ma perdonatemelo) mi viene però anche da dire che per come ci trattano le case editrici e i committenti vari, che solitamente ci considerano l’ultima ruota del carro, è spesso difficile trovare motivi per gioire. Una volta consegnato, se un nostro lavoro riceve commenti è quasi sempre soltanto quando sbagliamo o quando al revisore “non quadra”, a torto o a ragione. Il lavoro ben fatto, invece, è dato per scontato. Possiamo quindi aver consegnato una bella traduzione perché l’originale ci ispirava particolarmente, oppure aver reso leggibile (e perché no, pure piacevole) un originale quasi indegno, ma nessuno ce lo dirà.
PS - Poi, giusto per dimostrare che le eccezioni per fortuna esistono e per non essere tacciato di “snobismo da semi-intellettuale” (tutto, davvero, ma non quello), riporto le venticinque parole più belle che ho ricevuto via e-mail a dicembre:
Sto facendo la revisione di [titolo]. Volevo dirti che hai fatto un ottimo lavoro, siamo stati fortunati che il libro sia finito in mano tua.