Ma come si fa? – 4

Lunedì 1 Settembre 2008

Cito dal blog di una collega, a proposito di un romanzo da lei tradotto (il grassetto è mio):

Sarebbe bello dire ah! stupendo! ah, la mia creatura, il mio pargolo il mio figlioccio, il mio bambino ecc. ecc.
Ma [...] fare ’sto figlio è stata proprio una palla. Non mi ci sono affezionata per niente, e non sarà solo per via del mio inesistente istinto materno. Sarà perché quando ti esce un bambino con la fronte aggrottata, le sopracciglia corrugate, che ti guarda sconvolto se hai il viso arrossato e ti dice “vorrei che tu non pensassi ciò che stai pensando perché è quello che sto pensando anch’io ma sai non possiamo pensarlo perchè….” beh, come dire, un po’ ti passa la voglia della maternità.

Avendone appena consegnato uno simile (come stile, non come tema e tantomeno come previsioni di vendita), capisco perfettamente. Questa volta mi ero ripromesso di contare tutti i cliché ripetuti allo sfinimento, spesso due o tre volte nella stessa pagina, ma poi mi sono detto che sarebbe stato tempo rubato a una tabella di marcia già impegnativa. Tanto gli anglos scriveranno sempre “romanzi” simili e gli editori italiani sempre li tradurranno.


Ma come si fa? – 3

Domenica 13 Luglio 2008

Nel romanzo che sto traducendo (enfasi mia): “It threw light, too, on the suppliant pose of the narrow, supple hands [...]

E pensare che è uno scrittore di lunghissima esperienza. Forse è per questo che sono riuscito ad arrivare a pagina 21 prima di trovare una svista di revisione. Con gli altri, queste iniziano al più tardi a pagina 5.


Piccolo sfogo del venerdì (“Ma come si fa?” volante)

Venerdì 16 Maggio 2008

Un altro romanzo è poi arrivato, come mi era stato promesso, anche se il salto di mese rimane (e con lui un agosto senza soldi). Se però posso lamentarmi ugualmente…

… avrò mai il privilegio di tradurre un romanzo il cui autore non usi “to shake one’s head” e derivati in ogni capitolo, come se dovesse rispettare delle quote?

Uno, uno solo, anche altrimenti mediocre (tanto ormai ho perso la speranza di averne uno buono), ma head-shaking free.

Per favore.


Ma come si fa? – 2

Martedì 26 Febbraio 2008

Ho finito di tradurre un romanzo statunitense. Nelle 305 pagine del volume originale ho trovato:

To shake one’s head nelle possibili varianti di tempo verbale e aggettivo possessivo – 47 volte

To wonder40 volte

To nod14 volte

To cross one’s arms8 volte (ma concentrate in una ventina scarsa di pagine centrali)

Said – impossibile contarli, ma stimiamoli in 3.000 (dopo i discorsi diretti non è mai stato usato un altro verbo, nemmeno quando “to say” era già all’interno del dialogo)

Se un revisore o un lettore trovassero 47 “scossi/scosse/scossero la testa”, 40 “mi chiesi” o peggio ancora qualche migliaio di “dissi/disse” a raffica, secondo voi darebbero la colpa all’autore originale o a me traduttore? Appunto.


Ma come si fa? – 1 (in diretta)

Venerdì 15 Febbraio 2008
Articolo rimosso il 25/02. Ho scoperto che Google Books e qualche minuto di ricerche incrociate avrebbero potuto far saltare la mia “identità segreta”, anche soltanto con citazioni minime. Troppo rischioso, per un blog come questo.

Ma come si fa? – Prologo inverso

Mercoledì 13 Febbraio 2008

Nei miei interventi sotto l’etichetta “Ma come si fa?” intendo segnalare gli obbrobri lessicali e grammaticali che giorno per giorno mi trovo davanti negli originali e che mi (ci) tocca fare i salti mortali per rendere in un italiano decente. Giusto per confermare l’opinione di Cioran, no? Lo dico sinceramente: non vedevo l’ora di farla debuttare, quest’etichetta. Aspettavo al varco qualche scivolone del mio autore attuale e rimpiangevo il fatto di non avere mai annotato da qualche parte le centinaia che mi avevano fatto imprecare nel corso degli anni. Quello che però non mi aspettavo era che il debutto potesse avvenire con un brano non in inglese (la lingua da cui traduco), ma in italiano.

Oggi, sul gruppo Yahoo di Biblit, un collega straniero ha chiesto delucidazioni sul significato di “raccogliere le leve del potere” in questo passaggio da Gomorra di Roberto Saviano:

La potenza delle armi diviene così l’ennesima possibilità di raccogliere le leve del potere reale del Leviatano che impone l’autorità in nome della sua violenza potenziale.

Ora, con tutto il rispetto per Saviano, che di questi tempi una vita poi tanto bella non deve fare, ma “potenza”, “potere” e “potenziale” nella stessa frase? Il soggetto di Gomorra è già difficile da far comprendere all’estero così com’è, senza che ci si mettano pure autore e revisori…