Perché faccio il traduttore?
Dovrei avere smesso già da anni per fare tutt’altro, visto quello che la professione mi ha dato: pochi soldi e di conseguenza debiti costanti; la distruzione di un rapporto perfetto, andato a rotoli dopo sei anni a causa del mio troppo lavoro; artrite galoppante; e tanti, tanti momenti di depressione e di angoscia.
Eppure…
A me non interessa minimamente – e d’altronde ne faccio oggetto di sarcasmo già nel sottotitolo del blog – essere la “voce dell’autore”. Oggigiorno, salvo eccezioni purtroppo rare, chi scrive in inglese è un trombone pago dei successi passati, oppure un serial writer che butta giù un paio di volumi di fuffa all’anno per allietare i vacanzieri, oppure ancora un elemento sociostatistico: nel primo caso nessun supervisore osa correggere, nel secondo conta solo far voltare le pagine in fretta e al diavolo sintassi e stile, nel terzo l’importante è ciò che si racconta (l’esperienza di essere trentenne / donna / minoranza etnica / drogato / gay / ossessivo-compulsivo / dislessico / eterno adolescente/ ex bambino maltrattato / fate voi), non come. Quale che sia il caso si scrive male, malissimo. Io di certo non voglio parlare con la voce di gente simile, ma sciaguratamente proprio quella gente mi tocca, libro dopo libro. Ma libro dopo libro succede anche un’altra cosa: quando escono in italiano, quei romanzi sono migliorati. Spariscono le costruzioni legnose, le ripetizioni sciatte, i nomi stranieri scritti con la grafia sbagliata, gli errori di continuità e tutte quelle altre brutture che sono andate in stampa nell’originale perché autore e revisore erano troppo pigri o troppo ignoranti per rileggere meglio o per verificare.
Insomma, anche se non sono e non sarò mai pagato e famoso quanto lui, anche se solo un recensore su mille forse farà il mio nome, portando le sue opere in italiano io non solo divento l’autore, ma dimostro anche di essere meglio dell’autore.
Quand’è così, perché dovrei smettere?
Pubblicato da vlan