Lunedì 21 Aprile 2008
Per la prima volta da più di due anni sono fermo, senza una commissione decente in vista. Sto racimolando lavoretti stupidi, da poche cartelle, qua e là, ma niente di che. Disguidi, mi hanno detto. Una riunione di redazione in cui il mio nome è inspiegabilmente sgusciato via inosservato, mentre stavo traducendo per loro uno dei romanzi (e uso il termine solo per comodità, perché una porcata come quella non lo merita) più insulsi e mal scritti su cui abbia mai lavorato. Per una specie di perverso effetto domino, ho saltato l’assegnazione anche con un’altra casa editrice, perché non mi aspettavo di essere lasciato a piedi dalla prima. Che poi, gliene devo dare atto, si è scusata profusamente e mi ha promesso un romanzo non appena possibile, ma il fatto rimane che per due mesi rischio di non vedere soldi seri, mentre bollette e altre spese, è ovvio, continuano ad arrivare. Scommetto che di questi piccoli particolari non viene fatta menzione ai ventenni speranzosi che affollano i corsi di laurea in mediazione linguistica, fra una trombonata di teoria della traduzione e un vago rimando a quella “ineffabile patina di prestigio” (vedi post precedente) che nessuno, men che meno loro, avrà mai.
Così, fra una cartella spiccia e l’altra, mi ritrovo in una specie di limbo, a meditare su questa professione ingrata, sul fatto che sono troppo vecchio (e vi ho investito troppo) per iniziarne un’altra e soprattutto sulla consapevolezza che, quando il prossimo romanzo arriverà, tradurrò anche quello con perizia e pignoleria, senza lasciare nulla al caso, ricercando ogni minima allusione fatta dall’autore, nonostante poi alla fine le tariffe siano sempre quelle, fuori dal mondo. Come il limbo, appunto.
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Pubblicato da vlan
Sabato 5 Aprile 2008
Senza commentare più di tanto la mancata concordanza soggetto/verbo, i troppi incisi e le virgole a caso, riporto questo passo di un articolo di Giovanni Nadiani per Intralinea, segnalato da una collega sul gruppo di discussione di Biblit:
Causa dell’inevitabile soggezione del traduttore nei confronti dell’editore – soggezione che lo costringe ad accettare quasi sempre le condizioni di quest’ultimo, e cioè un contratto “capestro” di prestazione d’opera intellettuale o di vendita – sono [sic] da ricercarsi, tra l’altro, nella scarsa considerazione sociale (quindi, economico-giuridica) in cui da sempre è (stato) tenuto in Italia il lavoro intellettuale, e in particolare quello letterario (e, di conseguenza, anche della traduzione letteraria), troppo spesso visto come mera attività da diporto ammantata di un romantico alone oltremondano o di un’ineffabile patina di prestigio da svolgersi nel tempo libero, e comunque mai da intendersi come “mestiere”.
Tutto verissimo, purtroppo. Però allora perché nei corsi universitari e para-universitari sono sempre il “romantico alone oltremondano” e la “ineffabile patina di prestigio” (peraltro assenti da un lavoro fatto di pochi soldi e di tanti pesci in faccia) a essere venduti a ignari e ingenui aspiranti traduttori?
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Pubblicato da vlan
Giovedì 3 Aprile 2008
A un certo punto in passato mi è capitato di tradurre il primo capitolo di una esalogia. È stato un lavoro improbo e orrendamente sottopagato. Però l’avevo accettato perché quel materiale aveva per me un grande valore affettivo e quindi mi piaceva l’idea che nell’edizione italiana il mio nome vi fosse collegato. In altre parole, perché sono fesso. Nella mia pignoleria, con la traduzione avevo stilato e consegnato un glossario che conteneva le rese non solo di tutti i nomi dello sterminato cast (ciascuno con un significato intrinseco da adattare per l’Italia), ma anche delle espressioni tipiche dei personaggi principali: il tutto per facilitare il lavoro di chi mi sarebbe subentrato nei capitoli successivi, che a quelle tariffe sapevo già che non avrei tradotto. Ieri mi arriva da un redattore una e-mail in cui mi dice che, per un disguido, nel secondo capitolo quel mio glossario non è stato usato e che ci sarebbe bisogno di ricontrollare tutta la traduzione per assicurare la continuità. Un lavoro da fare subito, ovvio. Ah, e per cinquanta centesimi a pagina di bozza. Be’, fesso una volta, ma due no, pur con tutto l’affetto per quel materiale. Ho rifiutato cortesemente, ma fermamente: amici come prima col redattore e tutto è finito lì. Il vero dramma, però, è l’assoluta certezza che in questo momento qualcuno sta sgobbando su duecento pagine per cento miseri Euro, magari pure volentieri… e per una multinazionale che ai suoi dirigenti (amministrativi, sia ben chiaro, non editor o assimilabili) non lesina di certo incentivi e bonus, immagino.
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Pubblicato da vlan