Venerdì 28 Marzo 2008
Premetto che questo post, la cui gestazione è durata quasi un mese per vari motivi coi quali non vi starò ad annoiare, avrebbe dovuto far parte della serie Suda, traduci e crepa. Lo svolgersi e il mutare degli eventi ha portato al cambio di etichetta. Detto questo…
Alla fine dell’anno scorso ho tradotto un romanzo-verità che mi ha fatto vedere i sorci verdi per quanto era scritto male. Non solo: era scritto male da un tizio convinto invece di saper scrivere benissimo. Diciamo che è uno di quei libri che va di diritto nella categoria delle opere migliorate di molto nel passaggio all’italiano (vedi il post Traduttore vs Autore). Il mese scorso mi arriva il primo giro di bozze da rivedere: un disastro. Mi vengono rimproverate frasi che “non girano”, nonostante io avessi spiegato chiaramente (e con decine di esempi) che il testo non girava già in partenza. Questo comunque sarebbe stato ancora sopportabile e giustificabile con le differenze di sensibilità fra traduttore e revisore. Ciò che mi ha lasciato allibito, però, è stato che le “correzioni”… erano sbagliate, in termini non solo di comprensione, ma anche di sintassi, per non parlare delle eclatanti ripetizioni. Subito me la sono presa parecchio e ci sono pure andato giù duro col revisore, ma alla fine si è capito che anche lui era crollato sotto il peso di duecento e più cartelle di ostica supponenza e di talento assente da parte dell’autrice. Buona fede accertata, tutto chiarito e mie scelte reintegrate, ma… e se le bozze non mi fossero state rimandate indietro? Se, come succede con quasi tutte le case editrici, il libro fosse andato in stampa con quelle “correzioni” e col mio nome sul frontespizio?
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Pubblicato da vlan
Mercoledì 26 Marzo 2008
In attesa di un post serio che è già fin troppo in ritardo (per scadenze sovrapposte, chiedo venia), mi limito a segnalarne un altro, dal blog di Isabella Massardo.
Leggetelo e come me piangete, pensando a tutte le volte in cui avete cercato in rete tutto il pomeriggio per andare a cogliere un riferimento oscuro o avete attraversato la città in tram per trovare l’unica, rarissima traduzione accreditata di un autore minore straniero citato dal pennivendolo che state traducendo… e il tutto per undici Euro lordi a cartella.
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Pubblicato da vlan
Giovedì 13 Marzo 2008
È appena uscito un romanzo che ho tradotto l’anno scorso. Non era scritto male, anzi: i personaggi erano ben caratterizzati e l’argomento, abbastanza drammatico, era affrontato con una certa cognizione di causa e senza lacrimuccia facile (il che, parlando di scrittori nordamericani, è quasi un miracolo). Però era un romanzo per preadolescenti, diciamo terza media… e allora nell’edizione italiana vai di copertina allegra e di titolo parecchio fuorviante. Ora, io conosco bene gli editor coinvolti e vi assicuro che scemi non sono. Dato quindi per scontato che la scelta non sia venuta da un loro colpo di testa, io me la prendo piuttosto con un mercato che sempre più mi dà l’idea di non voler assolutamente turbare ragazzini e ragazzine con “storie brutte”. O meglio: mostri e sangue vanno benissimo, ancora meglio quando sono collegati a un qualche videogioco, ma minori in difficoltà, malattia mentale e famiglie disastrate no. E non importa se, purtroppo, i pochi ragazzini che ancora leggono hanno probabilmente più in comune con un loro coetaneo dalla madre assente che non con un vampiro o un cacciatore di zombi.
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Pubblicato da vlan
Lunedì 3 Marzo 2008
Più controversa ancora potrebbe essere una discussione sull’utilità o meno della teoria della traduzione. Penso che lo studio della teoria dell’arte e non solo la pratica potrebbe essere più dannoso che utile a un pittore, diciamo – la stessa cosa vale per la traduzione? O sono due cose completamente diverse? Se può essere dannoso per il pittore, perché non dovrebbe esserlo per un traduttore?
Non saprei. So solo che quando mi avvicino alla teoria della traduzione, giro le pagine e, se non trovo qualcosa di utile e pratico, inevitabilmente mi addormento.
Simon Turner, dal gruppo Yahoo di Biblit, 3 marzo 2008
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