Ma come si fa? – 2

Martedì 26 Febbraio 2008

Ho finito di tradurre un romanzo statunitense. Nelle 305 pagine del volume originale ho trovato:

To shake one’s head nelle possibili varianti di tempo verbale e aggettivo possessivo – 47 volte

To wonder40 volte

To nod14 volte

To cross one’s arms8 volte (ma concentrate in una ventina scarsa di pagine centrali)

Said – impossibile contarli, ma stimiamoli in 3.000 (dopo i discorsi diretti non è mai stato usato un altro verbo, nemmeno quando “to say” era già all’interno del dialogo)

Se un revisore o un lettore trovassero 47 “scossi/scosse/scossero la testa”, 40 “mi chiesi” o peggio ancora qualche migliaio di “dissi/disse” a raffica, secondo voi darebbero la colpa all’autore originale o a me traduttore? Appunto.


Gioie pubbliche, gioie a mezza voce e rare lodi

Giovedì 21 Febbraio 2008

Qualche giorno fa, leggendo l’interessante blog della collega Fe, mi sono imbattuto in questo suo vecchio post (una volta sulla pagina, dovrete scendere un po’: è quello in data 25 novembre). Mi ha colpito soprattutto questo passaggio:

Io credo, ed è un’opinione del tutto personale, che chi gioisce in pubblico renda più facile suscitare ammirazione sincera, mentre chi lo fa a mezza voce, quel tanto che basta per far capire quanto è bravo evitando di dirlo a bocca larga, esprime più che altro uno snobismo da semi-intellettuale, fastidioso perché vuole evocare ammirazione e invidia evitando – ipocritamente – di rivelarlo apertamente.

Concordo in pieno.

A margine (e magari leggermete fuori tema, ma perdonatemelo) mi viene però anche da dire che per come ci trattano le case editrici e i committenti vari, che solitamente ci considerano l’ultima ruota del carro, è spesso difficile trovare motivi per gioire. Una volta consegnato, se un nostro lavoro riceve commenti è quasi sempre soltanto quando sbagliamo o quando al revisore “non quadra”, a torto o a ragione. Il lavoro ben fatto, invece, è dato per scontato. Possiamo quindi aver consegnato una bella traduzione perché l’originale ci ispirava particolarmente, oppure aver reso leggibile (e perché no, pure piacevole) un originale quasi indegno, ma nessuno ce lo dirà.

 

PS - Poi, giusto per dimostrare che le eccezioni per fortuna esistono e per non essere tacciato di “snobismo da semi-intellettuale” (tutto, davvero, ma non quello), riporto le venticinque parole più belle che ho ricevuto via e-mail a dicembre:

Sto facendo la revisione di [titolo]. Volevo dirti che hai fatto un ottimo lavoro, siamo stati fortunati che il libro sia finito in mano tua.


Ma come si fa? – 1 (in diretta)

Venerdì 15 Febbraio 2008
Articolo rimosso il 25/02. Ho scoperto che Google Books e qualche minuto di ricerche incrociate avrebbero potuto far saltare la mia “identità segreta”, anche soltanto con citazioni minime. Troppo rischioso, per un blog come questo.

Ma come si fa? – Prologo inverso

Mercoledì 13 Febbraio 2008

Nei miei interventi sotto l’etichetta “Ma come si fa?” intendo segnalare gli obbrobri lessicali e grammaticali che giorno per giorno mi trovo davanti negli originali e che mi (ci) tocca fare i salti mortali per rendere in un italiano decente. Giusto per confermare l’opinione di Cioran, no? Lo dico sinceramente: non vedevo l’ora di farla debuttare, quest’etichetta. Aspettavo al varco qualche scivolone del mio autore attuale e rimpiangevo il fatto di non avere mai annotato da qualche parte le centinaia che mi avevano fatto imprecare nel corso degli anni. Quello che però non mi aspettavo era che il debutto potesse avvenire con un brano non in inglese (la lingua da cui traduco), ma in italiano.

Oggi, sul gruppo Yahoo di Biblit, un collega straniero ha chiesto delucidazioni sul significato di “raccogliere le leve del potere” in questo passaggio da Gomorra di Roberto Saviano:

La potenza delle armi diviene così l’ennesima possibilità di raccogliere le leve del potere reale del Leviatano che impone l’autorità in nome della sua violenza potenziale.

Ora, con tutto il rispetto per Saviano, che di questi tempi una vita poi tanto bella non deve fare, ma “potenza”, “potere” e “potenziale” nella stessa frase? Il soggetto di Gomorra è già difficile da far comprendere all’estero così com’è, senza che ci si mettano pure autore e revisori…


Traduttore vs Autore

Lunedì 11 Febbraio 2008

Venerdì scorso, sul gruppo Yahoo di Biblit, sotto l’intestazione “Ciarla: Rimedio antidepressivo”, la collega P ha riportato un aforisma di Émile Cioran da Confessioni e anatemi (Milano, Adelphi, 2007, traduzione di Mario Bortolotto):

Ho conosciuto scrittori ottusi e persino stupidi. Per contro, i traduttori che ho potuto frequentare erano più intelligenti e più interessanti degli autori che traducevano. Occorre infatti più riflessione per tradurre che per ‘creare’.

Il primo commento, complice anche il fine settimana, è arrivato sedici ore dopo da parte della collega R ed è stato positivo (“Io l’ho già copiata!”, in riferimento all’intenzione di P, che aveva scritto: “Io sto pensando di stamparmela a caratteri cubitali e appendermela nello studio”). Evidentemente sapere che qualcuno oltre a P la pensasse in quel modo ha scatenato le ire fin lì dormienti di altre due colleghe, G e L, che vi hanno visto un insulto di Cioran alla categoria tutta degli scrittori e sono intervenute in modo francamente acidino (“Ti suggerisco, cara P, rimedi ‘antidepressivi’ più efficaci: un buon libro, per esempio. A te la scelta se in versione originale oppure ben tradotto” o addirittura “La prima cosa che ho pensato è che leggere Cioran non meritasse proprio la pena”). A calmare gli animi è intervenuta F, facendo notare qualcosa che a G e L era evidentemente sfuggito:

Cioran mette la parola “creare” fra virgolette. Credo che questo voglia dire che si riferisce non al creare in assoluto ma un “creare” di un certo tipo, a un creare ottuso – che sì esiste – o stupido – che esiste anche quello, e in entrambi i casi si tratta di giudizi soggettivi per definizione, non credo ci sia bisogno di specificare.

Fin qui tutto bene e polemica chiarita, a mio avviso. F però scrive oltre e credo sia interessante citarla con ampiezza (i grassetti sono miei):

Senza tema di smentita posso affermare che i tre traduttori che ci sono voluti per tradurre in un mese e mezzo un tomone di 600 pagine di bestseller in tutto e per tutto orripilante, sono non tutti e tre insieme, ma ciascuno per sé (e quindi mi ci metto presuntuosamente in mezzo anch’io) molto più interessanti e intelligenti dell’autrice tradotta. E l’opera finale lo riflette. Probabilmente anzi una schifezza tale come quel libro non avrebbe mai avuto successo in Italia se non fosse stata largamente migliorata (non intenzionalmente, ma perché se sei bravo, lo fai per forza specie con tali opere), dal traduttore che l’ha tradotta fin dal primo volume.

E qui arriviamo al punto: a che serve parlare anche solo alla lontana di teoria della traduzione e – lo ripeto a costo di stancare – riempire di vaghi sogni la testa degli aspiranti colleghi con frasi come “quel che importa di più è che al mondo ci sono magnifici traduttori e scrittori, per fortuna”, quando soprattutto per chi traduce dall’inglese non c’è praticamente niente su cui teorizzare, quando questi magnifici forse non esistono più e se esistono di sicuro non verranno assegnati a noi? Solo io, traduttore di seconda categoria se va bene, sono reduce da tre opere consecutive che posso affermare di avere molto migliorato traducendole in italiano. Cioran appartiene a un altro tempo, ma credo che con quel suo aforisma avesse visto ben più avanti del 1995 in cui è mancato. Non dico tutti, ma tanti di noi (e come F mi ci metto “presuntuosamente in mezzo”) hanno dovuto riflettere incomparabilmente più a lungo di tanti scrittori che si sono visti assegnare, hanno dovuto essere più intelligenti e interessanti di loro e il tutto per cifre quasi mai congrue allo sforzo. Spieghiamo questo a chi vuole diventare traduttore, invece di prospettare situazioni tanto belle quanto irrealizzabili per la stragrande maggioranza.


E poi ci sono le buone notizie – 1

Venerdì 8 Febbraio 2008

Ieri la casa editrice per la quale eseguo la maggior parte delle mie traduzioni mi ha inviato la notifica di pagamento per uno degli ultimi lavori: a trenta giorni invece dei sessanta pur stabiliti dal contratto. Già adoravo i loro editor e revisori, adesso voglio bene anche agli amministrativi!


Suda, traduci e crepa – 2

Giovedì 7 Febbraio 2008

Appena prima di Natale, una casa editrice con la quale per fortuna lavoro solo saltuariamente ha fatto sapere ai suoi traduttori che le tariffe sarebbero scese del 7,7% e che i pagamenti non sarebbero più stati saldati a sessanta giorni, come era successo fino ad allora, ma a centoventi (addirittura centocinquanta nei mesi estivi).

Il tutto non negoziabile, ovvio, perché tanto se dici di no tu, c’è sempre qualcun altro disposto a lavorare a quelle condizioni. Se non peggiori: “Almeno farò qualcosa che mi piace e almeno avrò il nome sulla copertina”, come tempo fa mi è capitato di leggere in rete da una aspirante traduttrice disposta anche a lavorare gratis all’inizio… senza nemmeno sapere (ma in libreria ci andava?) che il nome al massimo è sul frontespizio, quando non nascosto nel colophon.


Chi revisiona i revisori? – 1

Mercoledì 6 Febbraio 2008

Io finora mi sono trovato molto bene con quasi tutti i revisori e gli editor con cui ho lavorato: le eccezioni sono state forse un paio, ma niente di devastante. Ho però spesso avuto l’impressione che alcuni di quelli messi a decidere i destini di tanti traduttori – non solo aspiranti – fossero non proprio i più adatti al ruolo.

Quello che segue è solo il primo esempio.

Nel gennaio del 2005 una revisora annunciò su Biblit (il gruppo Yahoo che, nonostante certi suoi grandi difetti, rimane uno strumento essenziale nel campo) di avere delle prove di traduzione da assegnare. Io mi tenni fuori perché l’argomento dei brani e il catalogo della casa editrice non coincidevano con i miei settori di specializzazione, ma ricordo che in lista risposero in parecchi. A marzo qualcuno di loro chiese pubblicamente un aggiornamento, visto che tutto taceva. Ecco una parte della risposta della revisora:

L’originale è a volte tagliente, con uno stile veloce, quasi giocoso nell’ironia a volte sprezzante. Varie prove hanno, a mio parere, reso in misura molto minore questo stile tipico di certo giornalismo d’inchiesta americano. La lunghezza della prova era dovuto proprio a l’importanza di questo fattore.

Per come la vedo io, se ti pagano per correggere gli errori degli altri dovresti dimostrare che in condizioni normali non ne fai tu stessa. Ricordo di essermi chiesto come una che ripeteva “a volte” nella stessa frase per ovvia negligenza, adoperava in modo dubbio virgole e sintassi nel secondo periodo, ma soprattutto si dimenticava che in italiano esistono le preposizioni articolate, potesse venire incaricata di giudicare le capacità altrui nello scrivere. Poi però diedi la colpa alla fretta di rispondere (anche se, intendiamoci, non può essere una giustificazione) e non ci pensai più.

Senonché a ottobre dello stesso anno la revisora riapparve in lista per intervenire in una discussione, guarda caso, su quei suoi colleghi che a volte, per incompetenza o superbia, peggiorano una traduzione invece di migliorarla. Cito ancora:

anche se intervengo davvero poco quando posso cerco di seguire, anche perché trovo che Biblit sia al di là dell’aiuto pratico, davvero utile ma soprattutto interessante su alcuni temi chiamiamoli generali nonché fonte di spunti di riflessione. Se possibile vorrei aprire una piccola parentesi su alcuni chiamiamoli nodi che spesso sono fonte di domande, osservazioni o altro e su cui, confesso, ho delle perplessità.

Punteggiatura a caso? Chiamiamoli!

La vera perla arrivò subito dopo:

revisioni: i revisiori sono indicati come personaggi contro cui bisogna combattere, alzando la guardia perché tendono a inserire più che correggere errori, quando poi il riferimento è a redattori o editor apriti cielo tre quarti delle volte sono indicati come incompetenti.

Hmm… non so tre quarti delle volte, ma ogni tanto non ci sarà un buon motivo?

Qualcuno fece notare pure il rischio che le opere straniere scovate e proposte dai traduttori venissero poi fatte proprie dagli editor e assegnate ad altri. Su questo argomento lei chiuse in bellezza. Prendete fiato, mi raccomando:

Riguardo poi al proporre testi credo ci sia anche una gran confusione, o così mi pare: per averci lavorato so di due casi in cui testi proposti sono stati comprati e poi tradotti/verrà tradotto da chi l’ha proposto, ma anche qui le variabili sono davvero molte e non è detto che tutti ne escano contenti, mi sembra però esagerato, se rimaniamo nell’ambito degli editori che si possono considerare seri, tutto questo timore per il furto della traduzione.

Non commento la punteggiatura, ma se la barretta inclinata indica un’alternativa, come accade di solito, allora secondo logica potremmo dire che “i testi proposti sono stati comprati e poi verrà tradotto da chi l’ha proposto”. Io però dubito che questa revisora mi farebbe passare una frase del genere in un’ipotetica traduzione fatta per lei.

C’è altro, ma lo tengo per un post successivo.


Suda, traduci e crepa – 1

Lunedì 4 Febbraio 2008

Sabato scorso, di sera, sono in giro in centro, dopo che ho trovato già esaurita la sala dove proiettano Cassandra’s Dream* in originale. Entro in una grande libreria e vedo fra le novità la traduzione italiana, a cui ho partecipato con altri colleghi, di un testo di saggistica abbastanza atteso. I nostri nomi non sono sul frontespizio, ma nel colophon in corpo femtometrico. Né la casa editrice né l’agenzia tramite cui abbiamo lavorato ci hanno avvisato dell’uscita, ché magari potevamo anche aggiornare i CV, volendo. Di copie omaggio, poi, manco a parlarne. D’altronde di che ci lamentiamo? Ci hanno dato sei (non scherzo, sei) Euro lordi a cartella!

* Ma perché in italiano è diventato Sogni e delitti? Il sogno di Cassandra cos’era, troppo intellettuale? Troppo reazionario perché rimanda alla cultura classica? O come sempre i distributori nostrani pensano che a genere debba corrispondere titolo, altrimenti la gente non va a vedere un film? E non fatemi neanche iniziare a commentare Une La fille coupée en deux che diventa L’innocenza del peccato… ma si sa, se un film francese non ha un che di morboso non ne vale la pena.


La dichiarazione d’intenti

Lunedì 4 Febbraio 2008

Traduco per l’editoria, in vari campi, dal 1993. In quindici anni ne ho viste e sentite di tutte, ma quello che mi ha sempre mandato in bestia è la discrepanza fra l’immagine del mestiere data a poveri ventenni idealisti da gente che in un modo o nell’altro ci lucra (docenti di “mediazione linguistica” in primis) e la banalità del giornaliero, con le sue scadenze impossibili, le tariffe da fame, la mancanza di sicurezza e soprattutto un romanzo decente ogni tre anni se va bene. Tempo permettendo, qui cercherò di raccontare e commentare il bello, il brutto e l’assurdo di una categoria.